Tavoli tematici AssoCounseling 2016-2018

Alessandra CaporaleDiAlessandra Caporale

Tavoli tematici AssoCounseling 2016-2018

Il 13 giugno 2018 è uscito un numero della Rivista Italiana di Counseling (Vol. 5, Num. 1, Giugno 2018) interamente dedicato al lavoro svolto tra il 2016 e il 2018 da decine di professionisti.

L’enorme lavoro svolto è stato pubblicato in due parti: una prima parte, a firma di Alessandra Cosso, dove viene spiegata la metodologia di lavoro utilizzata e una seconda parte (formata dal nome collettivo Comunità di pratica dei Tavoli di AssoCounseling) dove vengono riportati i risultati di questo approfondimento.

La pubblicazione originale può essere scaricata da questo indirizzo.

Buona lettura

Alessandra Caporale
Presidente di AssoCounseling
 
 

Counselor a confronto: comunità di pratica dalla Carta di Assago a oggi

di Alessandra Cosso
 

Nella lunga storia del genere umano
(e anche del genere animale)
hanno prevalso coloro che hanno imparato
a collaborare e a improvvisare con più efficacia.
Charles Darwin

Le mutazioni e la selezione naturale
non sono di per sé sufficienti per capire la vita.
C’è bisogno anche della cooperazione.
Questa è stata il principale architetto di quattro miliardi di anni di evoluzione.
Martin Nowak

 

La storia che noi siamo: le tappe e la metodologia di lavoro

All’inizio, quando durante il convegno di Assago del 2016 ci siamo ritrovati tra decine di professionisti per confrontarci sulle nostre pratiche professionali, non avevamo idea di dove questo ci avrebbe portato. Il percorso dei tavoli tematici di lavoro è nato da un incontro tra sguardi, linguaggi e approcci diversi che ha dato vita al desiderio di continuare questi momenti, certamente impegnativi e non privi di confronti anche accesi e contrapposizioni vivaci.

Eppure il bisogno di incontro ha vinto sulla diffidenza e i personalismi. E il valore della costruzione di una identità comune, se pur integrabile con i diversi approcci metodologici, è via via apparso a tutti chiaramente. Ma come? Come costruire un percorso di scambio e confronto, che fosse in grado di produrre conoscenza condivisa e integrata, sino alla definizione di un modo di essere nella professione in cui tutti si potessero riconoscere?

 

La metodologia

Fare dialogare tra loro gli immaginari diversi per poi calarli nella realtà e metterli a confronto alla ricerca di sottili linee comuni che suggerissero un fare condiviso al di là degli approcci e delle tecniche differenti: è stato questo, sin dall’inizio, l’impegno maggiore con i tavoli tematici. Per riuscire nell’intento abbiamo sviluppato una metodologia composita, che permettesse di approfondire i temi su cui ci si concentrava su due livelli di pensiero: quello narrativo e quello logico-razionale (Bruner, 1987), in modo da favorire un processo di sensemaking (costruzione di senso) che integrasse l’immaginario dei diversi approcci e modelli di intervento in modo libero e creativo. Allo stesso tempo però il racconto che ne è emerso si è dovuto confrontare con la rappresentazione della realtà, con i problemi concreti e quotidiani che ogni giorno i counselor affrontano.

Durante il convegno del 2016, i tavoli hanno dato alla luce un documento, la Carta di Assago, che ha raccolto quando emerso dall’intensa condivisione dei 5 tavoli e dei 60 counselor giunti da tutta Italia e anche dall’Europa – ha partecipato una delegazione della European Association for Counselling (EAC) – per confrontarsi e mettere a fattor comune un vissuto professionale tanto ricco quanto variegato. Due giornate di lavoro intenso e appassionato di tutti i partecipanti, il cui risultato è stato distillato in un documento, sintetico e suggestivo, che si è posto come momento di riflessione continua sulla professione.

Lo stesso giorno sono arrivate le prime proposte di continuare i lavori, di proseguire nel percorso. È nato così un patto di incontro e confronto, con un contratto che prevedeva l’apertura a vedere l’Altro con rispetto, curiosità e interesse e l’impegno a dedicare alcune giornate a lavori di gruppo che promettevano di essere appassionanti, ma anche faticosi. È nato quindi il percorso del gruppo dei Tavoli di lavoro, aperto a tutti i colleghi che avessero alle spalle almeno 5 anni di attività come counselor professionista e avessero svolto attività di ricerca nell’ambito specifico del counseling e/o delle scienze umane. Ma vediamo, tappa per tappa, come abbiamo lavorato.

 

Assago 2016: la prima tappa

Primo di una lunga serie di appuntamenti, quello di Assago è stato innanzi tutto un momento di scoperta. La scoperta di un bisogno condiviso al di là degli individualismi e delle distanze: provare a definirsi coralmente, scrutare il nostro esser counselor alla ricerca di un codice di riferimento che delineasse un’appartenenza del fare oltre che dell’essere.

Il lavoro dei tavoli si è svolto tra il venerdì pomeriggio e il sabato; ogni tavolo aveva un facilitatore esperto che ha guidato il gruppo in un processo studiato per ottimizzare il tempo a disposizione, permettere una elaborazione di senso e raggiungere gli obiettivi del tavolo di lavoro, che erano essenzialmente due:

1) attivare un confronto dal quale far emergere un documento di massimo due cartelle (utile per gli atti del convegno e per la presentazione in plenaria prevista per la domenica mattina);
2) far emergere dei punti chiave da inserire nella “Carta condivisa del counseling”.

Un racconto identitario che ad Assago ha mosso i primi passi ma che ha continuato a evolvere nel tempo (il convegno del 1-2 aprile 2017 infatti segnerà un secondo passaggio in questa direzione).

Ma vediamo nel dettaglio la metodologia utilizzata.

I cinque tavoli raccoglievano ciascuno una decina di colleghi ed erano dedicati a un tema fondamentale che impatta la professione:

– le tecniche del counseling;
– le caratteristiche umane e le abilità personali del counselor;
– i valori, l’etica e i principi deontologici;
– le buone pratiche e il confronto con le esperienze europee e le prospettive culturali e applicative nel futuro del counseling;
– il percorso di formazione.

I tavoli sono stati organizzati per lavorare ciascuno con un facilitatore che ha accompagnato il processo di sensemaking all’interno del pensiero di gruppo. Oltre alla sottoscritta ed Eliana Stefanoni che hanno facilitato l’intero processo, a gestire i diversi tavoli hanno contribuito Roberta Lorenzetti, Dianora Natoli, e Giorgio Piccinino.

Per evitare troppa risonanza nella sala, il processo è stato pensato per coinvolgere i membri dei gruppi in discussioni di due, massimo tre persone per volta. Inoltre si è deciso di utilizzare, come già scritto, una tecnica mista: in ogni tavolo una parte dei partecipanti (sottogruppo 1) ha lavorato su una mappa mentale concettuale (Rico, 2000; Cosso, 2013), una modalità più creativa che permette di rappresentare e mettere in relazione gli immaginari delle persone. Una seconda parte (sottogruppo 2) ha lavorato con una tecnica di Dialogo Interno/esterno, più razionale e mirata a stimolare il pensiero critico. Ciascun membro del tavolo è arrivato con dei materiali da condividere e ha trovato sul tavolo altri materiali da elaborare con i compagni di lavoro.

Nel pomeriggio di venerdì si è passati all’elaborazione dei contenuti: ogni tavolo è stato diviso in due gruppi e ciascun gruppo in coppie o in gruppi di tre. Il sabato si è proceduto ad assemblare i contenuti in vista della presentazione dei risultati al Direttivo di AssoCounseling e la mattina successiva la Carta è stata presentata all’assemblea dei soci dal Consiglio di Presidenza di AssoCounseling, con un rappresentante di ogni tavolo e i responsabili del processo.

Qualche settimana dopo il convegno molti dei partecipanti si sono detti disposti a continuare il lavoro iniziato ad Assago. AssoCounseling ha invitato tutti i soci con l’esperienza necessaria (5 anni di pratica professionale e attività di studio e ricerca) a presentarsi e in molti si sono fatti avanti. L’appuntamento successivo sarebbe stato un anno dopo, al convegno dell’aprile 2017 a Firenze.

 

Parte il percorso dei Tavoli: Firenze, aprile 2017

Sabato primo aprile i partecipanti si sono riuniti in una sede quanto mai appropriata: lo storico Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux, ospitato all’interno di Palazzo Strozzi, un’istituzione culturale di Firenze. Non tutti i presenti avevano partecipato ai lavori di Assago, per cui il primo obiettivo era quello di riallineare sensibilità e punti di vista, linguaggi e sguardi. I counselor hanno lavorato in gruppo, utilizzando template visivi che permettevano di visualizzare con immagini i concetti che venivano elaborati. Un tavolo aveva il compito di riprendere in mano la Carta di Assago e valutarne gli aspetti da integrare ed elaborare, per creare una mappa dei temi e delle questioni che andavano approfondite. Un secondo tavolo ha analizzato la relazione counselor/cliente da molti punti di vista: che cosa pensa, vede, esprime e sente ciascuno dei due soggetti della relazione. Il terzo tavolo si è concentrato sull’analisi della struttura del percorso di counseling, cercando di evidenziarne gli aspetti ‘fondanti’ che caratterizzano quel tipo di relazione.

I lavori non si sono conclusi quel giorno, ma sono stati ripresi durante un’altra giornata di lavoro che si è svolta a Milano nel giugno successivo.

 

Milano, 13 giugno 2017

Si è continuato a elaborare i template costruiti durante il convegno di Firenze, approfondendo i temi per arrivare a una definizione di massima, il più possibile trasversale ai diversi approcci metodologici, di che cosa sia e come si svolga il processo di un percorso di counseling. Attraverso tecniche di visualizzazione i gruppi hanno definito una metafora del processo di counseling come un fiume che mette in relazione il processo stesso con il contesto, il cliente e il counselor e hanno approfondito i temi delle competenze e dello sguardo necessari a mettersi in navigazione in quel fiume. Sono apparsi evidenti alcuni aspetti fondanti del processo:

– Sorgente: la domanda del cliente.
– Contesto: ciò che attiene alla professionalità del counselor (formazione, supervisione, etc.).
– Setting: modalità in cui la domanda del cliente è accolta (tempi, direzione, regole, etc.).
– Foce: risultato (maggiore consapevolezza etc.).

Si è deciso di concentrare l’incontro successivo su queste tematiche.

 

Milano, 23 novembre 2017

Qualche mese dopo, sempre a Milano, il percorso è ripreso, focalizzando i lavori sul tema del processo di counseling e in particolare su alcuni aspetti emersi come cruciali per tutti i partecipanti:

– la visione esistenziale alla base del processo;
– la struttura del processo (tappe, setting, regole, etc.);
– le caratteristiche della relazione (obiettivo, natura delle relazione, etc.).

Al tema dei tempi (durata del processo, numero degli incontri, ecc.) si è deciso di dedicare particolare attenzione: un gruppo si è impegnato quindi a confrontare le proprie esperienze su questo argomento, mentre altri gruppi lavorano sugli strumenti di base trasversali ai diversi approcci e sulle aree di sovrapposizione con altre professioni di aiuto. Tutti i gruppi però si sono confrontati facendo riferimento alla matrice di struttura del processo che è emersa dai lavori precedenti, ovvero con le tre fasi di esplorazione, approfondimento e chiusura.

Osservando i gruppi al lavoro diventa sempre più palpabile l’embrione di una cultura di gruppo che si manifesta in alcuni codici comportamentali dell’operare ormai condivisi e in un linguaggio che ha smussato le divergenze semantiche per integrare visioni e percezioni.

 

Milano, 30 gennaio 2018

All’appuntamento di gennaio i lavori vertono sull’analisi più in dettaglio delle tre fasi: che cosa avviene in quella fase, gli obiettivi, gli strumenti e le qualità relazionali necessarie in ogni momento del percorso. I partecipanti lavorano divisi in gruppi, utilizzando flipchart e post-it, cercando di mettere in comune conoscenze, esperienze e fallimenti, riflessioni e sperimentazioni.

Il dibattito è spesso acceso ma quello che sta avvenendo è un processo di maturazione di gruppo che lentamente sta creando un terreno di scambio e confronto e un linguaggio condiviso per integrare il bisogno di appartenenza con la propria individualità. Alla fine di ogni giornata traspare un’intima soddisfazione non solo per il lavoro fatto, ma anche per l’esperienza del costruire in comune, di regalare un po’ di sé per dare vita a un NOI.

 

L’identità è un dialogo: Milano, 8 marzo 2018

Penultima tappa di quello che, ormai è evidente a tutti, è anche un percorso di counseling di gruppo, dove il processo di counseling è allo stesso tempo un mezzo e un oggetto di studio. Un gruppo ristretto di una dozzina di persone si ritrova per creare la base di questo stesso documento. Si lavora tutti insieme, costruendo, parola per parola, frase per frase, la descrizione del processo di counseling e delle sue tappe per come è emerso da questo straordinario processo di co-costruzione identitaria di gruppo. Il documento prodotto è la visibile testimonianza del percorso di consapevolezza, maturazione e condivisione che i tavoli hanno svolto.

Il lavoro di redazione continua offline, con incontri ristretti e un giro di mail in cui la bozza viene via via rifinita e condivisa per integrazioni e osservazioni. La circolarità del feedback e delle iniziative, l’evidente priorità che la definizione di un NOI ha ottenuto da tutti i partecipanti rispetto all’affermazione della propria individualità è la garanzia che il lavoro di redazione è davvero il risultato di un confronto tra professionisti appartenenti a una comunità di pratica.

 

Chiusura

Il percorso si chiude integrando il documento con le parti introduttive e la descrizione delle tappe e della metodologia, affinché a tutti sia chiaro come si è giunti ai contenuti del documento stesso. Un ultimo incontro durante il convegno dell’aprile 2018 serve a preparare la presentazione che i rappresentanti dei Tavoli faranno all’assemblea dei soci del lavoro fatto in questi due anni, prima che il documento finale sia pronto per essere rilasciato.

Imparare a non volersi imporre è una disciplina
che crea lo spazio per esplorare la vita altrui,
e consente che l’altro, alla pari di noi, possa esplorare la nostra.
Richard Senne

 

© Riproduzione riservata

 

Bibliografia

Bruner, J. (1986). La mente a più dimensioni. Roma: Laterza.

Cosso, A. (2016). They say I am my own story. Then, how can I change the plot?. In Matters of Telling: The Impulse of the Story. Oxford: Inter-Disciplinary.

Cosso, A. (2015). Sviluppare l’autenticità per evolvere – il counseling per intervenire sulla cultura organizzativa. In AA.VV., Le buone pratiche del counseling. Milano: Franco Angeli.

Cosso, A. (2013) Raccontarsela. Copioni di vita e storie organizzative: l’uso della narrazione per lo sviluppo individuale e d’impresa. Bologna: Lupetti.

Klauser, H.A. (1987). Writing on Both Sides of the Brain: Breakthrough Techniques for People Who Write Paperback. New York: Harper Collins.

Lucchini, A. (2005). La magia delle scrittura. Milano: Sperling & Kupfer.

Rico, G.L. (2000). Writing the Natural Way: Turn the Task of Writing into the Joy of Writing. New York: Tarcher/Putnam Books. Retrieved from : https://thesarcasticmuse.com/2015/01/29/clustering-and-mindmapping-for-writers/

 

I risultati: pratiche in comune, un distillato di saperi

a cura della Comunità di pratica dei Tavoli di AssoCounseling
 

Se le formiche si mettono d’accordo
possono spostare un elefante
Proverbio africano

Lo spirito con cui ha lavorato il primo gruppo di pratica e di categoria – counselor professionisti, soci di AssoCounseling, provenienti da varie città italiane – è stato quello di partire dall’assunto che, per costruire una “visione” comune, fosse necessario farlo insieme: co-costruendo. Il nostro incontro è diventato pertanto un impegno autentico alla ricerca di connessioni, contaminazioni e concordanze per la promozione del counselor, del suo benessere professionale e delle sue buone pratiche. Consapevoli che la nostra comunità professionale ha, ora più che mai, bisogno di ascolto, relazione e contatto – così come le persone con le quali quotidianamente ci relazioniamo da professionisti – abbiamo ascoltato il desiderio di co-costruire. Ed è emersa così una comunità di pratica e di categoria, che ha trovato un modo per dare senso al desiderio di “esserci” e corporeità al principio di sviluppo del potenziale umano che la motiva.

 

Il processo e la sua struttura

Il processo

Per definire e raccontare il “percorso” di counseling che come professionisti proponiamo ai nostri clienti e con loro realizziamo abbiamo utilizzato, non a caso, il termine processo, che deriva dal latino processus (dal verbo procedĕre “procedere”): avanzamento, svolgimento, sviluppo successivo, proseguimento, progresso.

Parliamo di “processo” quando ci riferiamo a una successione di fenomeni che presenti una certa unità o si svolga in modo omogeneo e regolare e, in genere, a un aspetto della realtà in quanto espressione di un divenire, di uno svolgersi; per esempio, una sequenza di fatti e sintomi intimamente correlati tra loro, in un organismo; o una serie di fenomeni psichici che abbiano una certa unità o regolarità o un certo ordine.

In un sistema operativo è un insieme formato da un elenco finito di azioni da eseguire in sequenza e dai dati che vengono elaborati dalle stesse azioni; dal punto di vista sistemico, un processo è ogni cambiamento nel sistema, ovvero una trasformazione che a partire da uno o più input (un insieme di attività interdipendenti finalizzate a un obiettivo specifico) restituisce uno o più output con un’aggiunta di valore e comprende alcune regole e criteri di misura nel check point finale.

La “filosofia del processo” identifica dunque una realtà nel suo cambiamento e nel suo dinamismo e ci riferiamo pertanto non solo alla trasformazione complessiva subìta dal sistema nel passaggio dallo stato iniziale allo stato finale, ma anche all’evoluzione temporale del sistema e delle variabili che lo caratterizzano nel corso del processo stesso. E in un “processo” di counseling il sistema è formato da noi counselor con il nostro o i nostri clienti, attori e registi insieme di questa trasformazione.

Ecco dunque che il lavoro svolto dai counselor che si sono avvicendati ai tavoli tematici ha portato, nelle varie tappe, a fare delle riflessioni individuando anche una “visione esistenziale” del counselor che sta alla base del processo di counseling, visione nella quale – facendo riferimento in particolare agli autori che, come Carl Rogers, hanno maggiormente sottolineato l’importanza di una pratica “centrata sulla persona” – l’essere umano ha in sé le risorse, la volontà e la capacità di scegliere, autodefinirsi e autodeterminarsi.

Non solo: se siamo convinti di questo, crediamo anche profondamente che il cliente è la persona più competente di sé all’interno del processo di counseling e noi come counselor lo accompagniamo facilitando l’espressione di tale competenza.

Il processo di counseling, in questa visione, risponde a una domanda di cambiamento e a una ricerca di senso dell’essere umano in divenire e, nel suo carattere esperienziale e relazionale, sostiene l’espressione delle risorse e delle potenzialità della persona mettendo al centro della relazione le persone e il contesto che sono intrinsecamente connessi.

È importante per tutti noi counselor affermare e testimoniare che pratichiamo un’etica della relazione d’aiuto, e che i valori di riferimento del processo, da noi proposto e realizzato con il cliente, sono: trasparenza, coerenza, onestà, accettazione, autenticità, fiducia, libertà e rispetto.

Il counseling professionale ha una prospettiva ecologica dello sviluppo umano e pone gli esseri umani al centro della loro evoluzione in modo sostenibile: opera nella dimensione della sostenibilità personale, organizzativa e sociale creando valore, cambiamento e miglioramento, coerentemente con i cambiamenti avvenuti nei paradigmi legati ai principi di to cure e to care e con il bisogno di consolidare quelle attività e quelle azioni professionali che risultano essere in grado di promuovere maggior benessere per l’individuo e la comunità.

Il counseling rappresenta così una possibilità di costruzione e co-costruzione attraverso cui le persone possano esercitare un maggior controllo sulle proprie decisioni e sulle proprie azioni. La crescita di conoscenze, di abilità, l’incremento del supporto di rete e il senso di coesione con la comunità sono dunque alcuni dei principi che ne definiscono le basi.

La relazione di counseling ha delle caratteristiche che la distinguono da altre relazioni d’aiuto (per struttura, per obiettivi, per competenze e per qualità relazionali) e ha come valore fondante la consapevolezza – del counselor prima di tutto e poi del cliente.

In una vera e propria “maieutica” della relazione, il counselor “aiuta ad aiutarsi”, è il professionista competente che accompagna l’altro, il cliente, a trovare dentro di sé le risorse per affrontare e superare una difficoltà, per gestire una crisi, per fare chiarezza in una fase di cambiamento, per compiere una scelta consapevole.

E a differenza di altre relazioni d’aiuto è la reciprocità e circolarità della relazione e della comunicazione che contraddistingue la specifica relazione di counseling: con il suo confine contrattuale circoscritto, il suo focus sul presente, il tempo breve e mirato dell’intervento, la sua progettualità e l’utilizzo delle risorse per il futuro, il suo carattere esperienziale e concreto di orientamento al quotidiano, il suo ruolo trasparente e proattivo di costruire reti e di fare ricerca.

La maieutica del counselor, socraticamente, non è l’arte di insegnare ma quella di aiutare, perché la verità non è insegnabile, è un “sapere” che si trasmette per testimonianza, per “contagio”, per trasmissione e condivisione.

 

La struttura del processo

Nell’approfondire la riflessione sul processo, alla ricerca degli eventuali atti comuni e trasversali ad altre professioni d’aiuto, è emersa la possibilità di individuare una struttura specifica del processo di counseling, che abbiamo paragonato a un fiume:

– la sorgente rappresenta il punto di partenza del processo, ovvero la domanda del cliente, che nasce da un suo bisogno di cambiamento più o meno esplicito ed esplicitato, più o meno consapevole, che si accompagna a delle opportunità/risorse e che avvia un processo di consapevolezza e comprensione del paesaggio;
– l’alveo rappresenta l’ecosistema del fiume, con le caratteristiche che ne garantiscono l’equilibrio che vengono rinnovate costantemente dagli affluenti che apportano da un lato tutto ciò che attiene alla professionalità del counselor (lavoro su di sé, formazione professionale specifica, supervisione, capacità di utilizzare creativamente le tecniche legate al suo approccio, costruzione di una rete professionale, ecc.), dall’altro tutto ciò che attiene al setting (modalità in cui la domanda del cliente è accolta in termini di organizzazione e gestione dei tempi, dalla direzione o “bussola” del cambiamento, dalle regole condivise, ecc.)
– la foce infine rappresenta il risultato del processo, in termini di maggiore consapevolezza di sé rispetto alla domanda di partenza, con il raggiungimento dell’obiettivo rispetto al tema portato e la realizzazione di un cambiamento;

Su questo fiume, a bordo di una barca a remi (che rappresenta la relazione) navigano il cliente e il counselor che, con un remo ciascuno, lavorano insieme per mantenere la direzione.

Il paesaggio lungo il quale si snoda il fiume rappresenta il contesto, personale e sociale, nel quale questa “navigazione a due” procede.

La struttura del processo, secondo le esperienze condivise dai partecipanti ai tavoli e dai feedback da loro raccolti dai colleghi in anni di esperienza, comprende uno spazio e un tempo; tre fasi principali, all’interno delle quali sono stati individuati dei tempi specifici; una definizione di setting con delle regole, degli obiettivi, delle azioni e degli strumenti relazionali e tecnico-procedurali, sia specifici per ciascuna fase, sia trasversali a tutto il processo.

Il setting è uno spazio interno ed esterno, è il luogo in cui avviene il colloquio. È un contenitore professionale per sua natura flessibile, più o meno strutturato e chiaramente identificabile che risulta adattabile alle contingenze e alle circostanze dettate dai bisogni. Questo spazio relazionale e processuale, può essere inserito in un contesto libero professionale sia individuale che inter-professionale, oppure può svilupparsi all’interno di una organizzazione (in ambito aziendale, sociale, sanitario, scolastico, educativo, comunitario, penitenziario ecc.) privata o pubblica.

Il tempo è la durata totale del processo, che varia (in media) da 8 a 15 incontri (fermo restando che in alcuni casi il processo può durare anche meno, o addirittura esaurirsi con il primo incontro), distribuiti in tre fasi principali: una fase iniziale che abbiamo chiamato di esplorazione, una centrale di approfondimento e trasformazione e una finale di chiusura.

Il tempo medio di ogni singola sessione varia in relazione al tipo di cliente e può essere: di 50/60 minuti (individuale), di circa 90 minuti (coppia/famiglia), di circa 120 minuti (gruppo).

Per ciascuna di queste fasi, consapevoli di non essere esaustivi, abbiamo individuato degli obiettivi specifici; delle azioni che il counselor compie con la finalità di raggiungere tali obiettivi insieme al cliente; e tutta una serie di strumenti relazionali e tecnico-procedurali, che abbiamo ritenuto fondamentali a prescindere dagli approcci metodologici relativi alla formazione dei singoli counselor. Di tali strumenti, alcuni sono specifici per ciascuna fase, altri trasversali a tutto il processo. L’intervento di counseling in tutte le sue fasi è una combinazione di azioni relazionali, interindividuali e di rete che mirano a creare le condizioni per ottenere risultati concreti e sperimentabili.

Infine, sono state individuate delle qualità relazionali e delle competenze che il counselor mette in atto nelle varie fasi del processo e che lo accompagnano verso il raggiungimento degli obiettivi prefissati, ed è stata prestata attenzione allo sguardo del counselor rispetto a se stesso, al cliente, al contesto e al processo.

 

Le tre fasi del processo

1) Fase di esplorazione (da uno a tre incontri)

Nella fase iniziale – dal momento in cui il cliente contatta il counselor alla definizione del contratto che dà avvio al percorso vero e proprio – il Counselor accoglie il cliente e crea le premesse per costruire una relazione di fiducia e collaborazione che permetta di lavorare sui fattori di consapevolezza, protezione e promozione che agevolano le persone nei propri processi, dinamici, di evoluzione e cambiamento.

Tale fase in realtà può esaurirsi anche in un unico incontro, se il cliente è abbastanza consapevole del proprio bisogno e lo porta al counselor riuscendo a identificare in poco tempo un tema e un obiettivo sul quale lavorare; mentre può richiedere più tempo – ma non oltre tre incontri – se il cliente ha poca chiarezza rispetto al proprio bisogno o porta più temi, rispetto ai quali il counselor deve aiutarlo a districarsi individuando una direzione di lavoro. In ogni caso, il counselor deve attingere alle proprie competenze per cercare di arrivare ad avere una visione globale della persona, inserita in un contesto esistenziale, spesso complesso, che presenta una molteplicità di livelli.

Nella suddivisione di obiettivi e azioni abbiamo inserito voci comuni (per esempio Il counselor accoglie il cliente), intendendo sottolineare il fatto che alcune azioni del counselor sono talmente “fondamentali” che hanno a che fare con l’obiettivo stesso di quella fase del processo.

Inoltre è importante sottolineare che ogni incontro (anche relativo alle fasi successive del processo) richiede in realtà una “fase iniziale” di accoglienza nella quale il counselor mette a proprio agio il cliente. Così come va ricordato che, oltre alla “esplorazione” che identifica la fase iniziale del processo, finalizzata a una prima conoscenza reciproca tra counselor e cliente, ci può essere una “esplorazione” iniziale in ogni incontro successivo, mirata a permettere al cliente di portare al counselor i propri vissuti nel qui e ora.

Obiettivi

– Il counselor accoglie il cliente e crea le premesse per costruire una relazione di fiducia e collaborazione che porti a un miglioramento della qualità della vita.
– Partendo dalla domanda del cliente, arriva a identificare e concordare con lui un tema e un obiettivo sul quale decidere se e come lavorare insieme.
– Aiuta il cliente a riordinare i propri vissuti e a fare chiarezza sui contenuti, a rimanere centrato e presente e a focalizzare l’attenzione sul proprio qui e ora.
– Valuta la coerenza tra la domanda del cliente e la tipologia di intervento offerto per decidere se ci sono le condizioni per dare forma al contratto.

Azioni del counselor

– Il counselor accoglie il cliente e lo mette a proprio agio; si presenta, definendo la tipologia dell’intervento di counseling anche rispetto ad altri professionisti della relazione d’aiuto e fornisce chiarimenti sul proprio orientamento metodologico.
– Raccoglie con curiosità e interesse la domanda del cliente, insieme alle informazioni relative al suo contesto di vita.
– Ascolta in modo empatico e non giudicante il bisogno emergente, esplicito o implicito, e lo approfondisce accettando il cliente nel suo modo di essere e nella sua unicità.
– Definisce le regole del setting: logistica, durata del percorso, orari, costi, modalità di pagamento; consegna al cliente il consenso informato e l’informativa sul trattamento dati, sottolineando l’importanza del rispetto del segreto professionale e l’obbligo della riservatezza.
– Aiuta il cliente a riordinare i propri vissuti e a fare chiarezza sui contenuti, valutando la coerenza tra domanda del cliente e tipologia di intervento offerto.
– Rimane centrato e presente, con attenzione focalizzata sul qui e ora del cliente.
– Identifica e concorda con il cliente un tema e un obiettivo sul quale decidere se e come lavorare insieme, appurando se dispone delle risorse utili al processo trasformativo, e in tal caso condivide e co-costruisce con lui il contratto/progetto; se ritiene di non poter seguire il cliente lo invita a rivolgersi ad altro professionista, accompagnandolo in questo passaggio.

Strumenti relazionali e tecnico-procedurali

Gli strumenti che il counselor utilizza in questa fase esplorativa iniziale sono:

– l’ascolto attivo e il rispecchiamento del cliente nella sua narrazione, a livello sia verbale sia corporeo;
– domande aperte e/o chiuse per raccogliere dati e contestualizzare le informazioni ricevute;
– la sottolineatura di concetti e parole chiave;
– rimandi/feedback positivi e costruttivi, con scelta degli elementi focali su cui concentrare l’attenzione;
– riformulazioni dei contenuti verbali del cliente con la riflessione/parafrasi dei suoi vissuti emotivi e relazionali;
– riassunto e sintesi per aumentare il livello di comprensione;
– consenso informato scritto e informativa sulla privacy.
– nella raccolta dati, il counselor può prendere eventuali appunti scritti, così come lasciare libero il cliente di farlo.

 

2) Fase di approfondimento e accompagnamento alla trasformazione (fino a 6-9 incontri)

La fase di approfondimento è la fase centrale del processo, quella nella quale la costruzione e la messa in atto della trasformazione, concordata con il cliente, si fonda su una comunicazione e una relazione empatica che promuove la progettazione, la sperimentazione, la scelta di un progetto evolutivo, la correlazione comprensione/azione, l’utilizzo di risorse, la gestione e valorizzazione delle energie, l’orientamento del potenziale.

Il Counselor, attraverso le proprie competenze e la propria consapevolezza professionale, si propone come agevolatore di processi e sistemi e lo fa in armonia con il contesto di riferimento del cliente.

Non esiste un’unica metodologia per organizzare il complesso rapporto cliente-processo-trasformazione, ma è possibile attingere a diversi modelli di counseling professionale e per ognuno di essi il counselor, sulla base della formazione svolta e dell’esperienza acquisita nel corso degli anni, può utilizzare diversi strumenti che gli consentano di realizzare gli obiettivi concordati nel contratto: di tipo comunicativo/relazionali, di analisi dei punti di forza e delle aree di miglioramento del cliente, di sperimentazione e realizzazione.

Obiettivi

– Il counselor consolida la relazione di fiducia e collaborazione, promuovendo nel cliente il processo di auto osservazione, auto esplorazione e auto apprendimento.
– Accompagna il cliente verso il cambiamento, sostenendolo nella sua apertura al nuovo, e nella ricognizione, organizzazione e mobilitazione delle proprie capacità e risorse.
– Aiuta il cliente a riordinare i propri vissuti e a fare chiarezza sui contenuti, a rimanere centrato e presente e a focalizzare l’attenzione sul proprio qui e ora.
– Comprende profondamente il vissuto del cliente, supportandolo nel riconoscere, affrontare ed eventualmente superare ostacoli, credenze, automatismi e schemi limitanti rispetto allo sviluppo del proprio potenziale.
– Promuove l’assunzione di maggiore responsabilità rispetto a scelte autonome, per una maggiore autoefficacia.
– Stimola nel cliente lo sviluppo delle sue competenze empatiche ed emotive, alimentando la sua autenticità e trasparenza.
– Favorisce nel cliente l’acquisizione di una sempre maggiore consapevolezza di sé e del contesto in cui agisce, rinforzandolo nella sua capacità di scelta e di auto determinazione rispetto all’obiettivo concordato.

Azioni del counselor

– Il counselor richiama al contratto/progetto concordato come mappa e bussola di direzione all’interno del processo, in una continua co-costruzione creativa e di auto determinazione.
– Aiuta il cliente a riordinare i propri vissuti e a fare chiarezza sui contenuti, a rimanere centrato e presente e a focalizzare l’attenzione sul proprio qui e ora.
– Riconosce e valorizza le capacità e risorse del cliente, esplicitando e sviluppando le sue competenze empatiche ed emotive e l sue aree di miglioramento.
– Utilizza tecniche specifiche attinenti il proprio modello di riferimento.
– Attiva il processo di trasformazione e consapevolezza, favorendo l’esperienza del cambiamento.
– Mantiene un focus mirato sulla centralità della relazione tra sé e il cliente, coltivando uno sguardo attento alle dinamiche e alle eventuali criticità relazionali, processuali o relative al contesto.
– Monitora l’andamento del processo e ne verifica la coerenza e la sua realizzazione nel quotidiano del cliente.

Strumenti relazionali e tecnico-procedurali

– L’ascolto attivo e il rispecchiamento del cliente nella sua narrazione, a livello sia verbale sia corporeo.
– Domande aperte, chiuse, riflessive per raccogliere dati e contestualizzare le informazioni ricevute.
– La sottolineatura di concetti e parole chiave.
– Rimandi/feedback positivi e costruttivi, con scelta degli elementi focali su cui concentrare l’attenzione.
– Metafore, visualizzazioni, immaginazion.
– Riformulazioni dei contenuti verbali del cliente con la riflessione/parafrasi dei suoi vissuti emotivi e relazionali.
– Riassunto e sintesi per aumentare il livello di comprensione.
– Strumenti narrativi, espressivi, artistici e corporei.
– Strumenti interdisciplinari, innovativi e creativi.
– Eventuali “compiti a casa”.
– Strumenti di verifica del raggiungimento dell’obiettivo.

 

3) Fase di chiusura (1-3 incontri)

La fase di chiusura o conclusiva del processo, così come la fase iniziale, può richiedere più o meno tempo, a seconda del grado di consapevolezza raggiunto dal cliente, dalla qualità della relazione instauratasi tra counselor e cliente, dal tipo di feedback reciproco sul percorso svolto, dell’obiettivo di consolidare il cambiamento e sostenere l’autonomia del cliente rispetto alla domanda iniziale.

Va tenuto presente, inoltre che la “chiusura” non si limita solo alla terza fase, quella finale, del processo, ma può riguardare qualsiasi singolo incontro all’interno delle tre fasi, che richiede un’attenzione specifica al momento di saluto, con i propri tempi e modi.

Anche il concetto di feedback reciproco e di monitoraggio del lavoro svolto insieme va esteso a ogni fase e a ogni incontro del processo, come momento di riflessione e “sguardo” non solo sui contenuti ma sulla relazione counselor/cliente nel suo insieme. Senza dimenticare l’importanza e la necessità di una adeguata valorizzazione degli eventuali piccoli e grandi traguardi nel corso di tutto il processo e non solo negli incontri finali.

Può nascere inoltre la necessità di gestire eventuali “chiusure” fuori processo, dovute a interruzioni – condivise o meno – che fanno capo, individualmente o congiuntamente, alla responsabilità del cliente e del counselor.

Obiettivi

– Il counselor verifica che il processo abbia portato a un maggior benessere e a un miglioramento della qualità della vita del cliente.
– Osserva con il cliente l’accresciuta capacità di riordinare i propri vissuti e di fare chiarezza sui propri contenuti nel qui e ora.
– Condivide i risultati raggiunti in termini di senso, compiutezza ed efficacia del processo, valutando la dinamica relazionale tra counselor e cliente.
– Aiuta il cliente in modo consapevole a riconoscere e a consolidare le risorse attivate nel percorso e la propria capacità di organizzarle e mobilitarle.
– Valuta la possibilità/necessità di un’estensione del processo o l’invio ad altro professionista in base alla riflessione sulla compiutezza del percorso o su nuove esigenze emerse.
– Misura l’efficacia e il gradimento del processo di counseling, della relazione instauratasi e il cambiamento ottenuto con le sue ripercussioni sul contesto di vita del cliente.

Azioni del counselor

– Il counselor, partendo dalla domanda iniziale e dal contratto stipulato, riassume i passaggi cruciali del processo e le esperienze trasformative più significative che hanno portato a un maggior benessere e qualità della vita.
– Valorizza le risorse e i talenti agiti nelle esperienze di cambiamento.
– Verifica con il cliente la sua accresciuta capacità di riconoscere, affrontare ed eventualmente superare ostacoli, credenze, automatismi e schemi limitanti rispetto allo sviluppo del proprio potenziale.
– Favorisce nel cliente la corresponsabilità di rinegoziare il contratto in termini di durata e contenuti, qualora il cliente stesso non considerasse chiuso il percorso e rilevasse la necessità di un prolungamento.
– Attiva la propria rete di professionisti e accompagna il cliente a un invio, qualora rilevasse la necessità di un intervento diverso.

Strumenti relazionali e tecnico-procedurali

Oltre agli strumenti comunicativo-relazionali già individuati nelle fasi precedenti del processo, specifici di questa fase sono:

– bilancio degli apprendimenti e dei risultati;
– eventuale elaborato scritto oppure questionario di chiusura;
– eventuale nuovo contratto;
– commiato specifico per la fine del percorso.

 

Qualità e competenze relazionali

Abbiamo individuato una serie di qualità e competenze che il counselor mette a disposizione del cliente e che sono trasversali al processo: un saper fare (azioni e strumenti) che si basa su un sapere (conoscenze, formazione, esperienza) e che implica un saper essere (e un saper divenire) relazionale. In altre parole, il counselor è consapevole del proprio ruolo specifico, del proprio sapere, saper fare, saper essere e saper divenire e dei propri limiti personali e professionali, in termini di confini e contratto, ed è in grado di dare un senso profondo a quello che fa.

Infine, il counselor professionista si aggiorna in modo permanente arricchendo competenze e conoscenze e si sottopone con continuità alla supervisione, accedendo con costanza anche a percorsi di crescita personale; attiva e collabora con reti professionali (inter/intra) e sociali.

In particolare, il counselor mette in campo queste competenze:

– accoglie il cliente e lo mette a proprio agio, ascoltandolo in modo non giudicante, dimostrandogli empatia e comprensione con autenticità e trasparenza, accettandolo profondamente nel suo modo di essere e nella sua unicità;
– ha la capacità di adattarsi al sistema di valori dell’altro e al suo linguaggio, verbale e corporeo;
– ha una specifica attitudine all’intelligenza emotiva per sentire e gestire le proprie emozioni e aiutare il cliente a gestire le sue, accompagnandolo a “stare” con quel che c’è nel qui e ora;
– è attento ai cambiamenti che avvengono nel cliente quando questi si sente accolto e percepisce la possibilità di parlare liberamente e di fidarsi;
– ha profonda conoscenza ed esperienza delle tecniche comunicative e relazionali e osserva con consapevolezza il linguaggio verbale e non verbale proprio e del cliente, l’atteggiamento somatico del cliente rispetto ai propri vissuti e contenuti, l’effetto empatico e il livello di fiducia creato, il feedback alle proposte e agli stimoli inviati al cliente per il cambiamento;
– è consapevole del setting che ha creato e che propone al cliente (posture, distanze, prossemica, spazi, tempi ecc.);
– è centrato e presente, attento e focalizzato, personalmente e professionalmente;
– mantiene costantemente un atteggiamento e uno sguardo consapevole sulle varie prospettive: se stesso, il cliente, il contesto, la dinamica relazionale, il processo;
– esprime curiosità, genuino interesse e apertura verso il cliente e il suo contesto;
– accompagna il cliente a “stare” con quel che c’è quando emergono emozioni e lo supporta nell’elaborazione;
– evidenzia le connessioni tra comprensioni e azioni, agevola la chiarificazione delle motivazioni, la scelta del progetto di cambiamento e valorizza la sperimentazione del miglioramento;
– è attento a verificare e monitorare il senso di coerenza nelle varie fasi del processo.

 

Lo sguardo del counselor

Il counselor è capace di sviluppare lo sguardo del testimone/supervisore nel setting, osservando quello che avviene nella relazione tra lui e il cliente, cogliendo gli effetti delle parole e di eventuali dinamiche di potere e relazionali legate a ruoli/posizioni/tratti caratteriali, adattando il proprio comportamento per mantenere coerente il connubio tra metodologia e contratto. In particolare guarda consapevolmente, rispetto ad alcune specifiche dimensioni:

se stesso (autovalutazione): soddisfazioni/insoddisfazioni, distacco/nostalgia, adeguatezza/inadeguatezza, senso di utilità/inutilità, maggiore o minore empatia, maggiore o minore discontinuità, maggiore o minore risonanza, gratitudine, frustrazione, indispensabilità, impotenza, riconoscimento del proprio operato;
il cliente (eterovalutazione): potenziale sviluppato, grado di motivazione e benessere raggiunto, criticità gestite, bilancio tra risorse agite e non agite;
la relazione tra sé e il cliente (intervalutazione): difficoltà relazionali emerse, agevolazione dell’autonomia, maggiore o minore fiducia ed empatia, temi/dinamiche di potere;
il contesto: limiti/ostacoli, opportunità/risorse; interconnessioni e influenze tra i vari sistemi; facilitazione o frustrazione nell’intervento, sostegno o fatica nel processo, stupore e imprevedibilità; maggiore/minore incisività per una ricaduta positiva/negativa nel sistema; maggiore/minore apprendimento diffuso per il potenziale evolutivo e sostenibile del sistema stesso.

 

Conclusioni

In questo documento abbiamo voluto restituire a tutti i soci di AssoCounseling scopi, metodologia e risultati di un lavoro fatto con volontà, tenacia e professionalità. Un gruppo di persone che in momenti diversi e con modalità diverse hanno contribuito a portare a termine un obiettivo comune e complesso. Come già detto, riteniamo che questo lavoro fondato sulle “comunità di pratica” sia un lavoro da portare avanti per far crescere la comunità professionale, le competenze, la consapevolezza di contenuti e processi, nonché un modo diverso di intendere la vita associativa e di agevolare e sollecitare il contributo di tutti i soci, per una maggiore autodeterminazione della professione basata su aspetti fondanti e condivisi.

Crediamo che questo documento, a prescindere dai preziosi contenuti, contenga un messaggio chiaro: descrivere chi è e che cosa fa un counselor è un compito che spetta in primo luogo ai counselor, ovvero a coloro che tutti i giorni vivono la bellezza e l’utilità di questa professione. Spesso ci siamo sentiti descrivere attraverso teorie e differenze, alcune favorevoli al counseling e ai counselor, altre molto ostili a questa nuova identità professionale; tuttavia queste opposte visioni sono state espresse e dibattute tra persone che in molti casi (con le dovute e preziose eccezioni) non avevano mai “erogato” una sessione di counseling o non erano mai stati clienti di un counselor.

I tempi sono maturi e anche, per certi versi, dirimenti. Questi tempi, e tutte le sollecitazioni che ci arrivano dall’esterno e dall’interno, ci richiedono di smettere di delegare e di prenderci la responsabilità di affermare con chiarezza quale ruolo, quale utilità, quali valori, quale identità intendiamo esprimere come counselor in Italia.

© Riproduzione riservata

 

Persone che hanno contribuito alla realizzazione di questo documento

Coordinatrici dei lavori
Alessandra Caporale, Alessandra Cosso

Partecipanti ai tavoli in modo continuativo
Simona Agata Andrei, Valeria Balistreri, Noella Barison, Alessandra Callegari, Piera Campagnoli, Alessandra Caporale, Mauro Cecchetto, Nicola Conte, Alessandra Cosso, Mauro Doglio, Pierpaolo Dutto, Aldo Galante, Stefano Maria Gasseri, Antonello Domenico Mallamo, Davide Mariotti, Roberta Martini, Domenico Nigro, Alessandro Onelli, Irene Pulzoni, Silvia Ronzani, Paola Salvioni, Sergio Talarico, Marco Tramontin, Monica Teruzzi, Laura Torretta, Chiara Veneri, Stefania Venuti

Redazione finale del documento
Noella Barison, Alessandra Callegari, Alessandra Caporale, Mauro Cecchetto, Alessandra Cosso, Antonello Domenico Mallamo, Irene Pulzoni, Laura Torretta

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Alessandra Caporale
Sociologa, Sociodrammatista, Supervisor e Trainer Counselor. Da oltre 15 anni si occupa di formazione e supervisione in counseling. E' attualmente Presidente di AssoCounseling

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Alessandra Caporale

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Sociologa, Sociodrammatista, Supervisor e Trainer Counselor. Da oltre 15 anni si occupa di formazione e supervisione in counseling. E' attualmente Presidente di AssoCounseling