ABSTRACT DEGLI SPEECH

PLENARIA #1
Fondamenti e aree di azione

Gli abstract sono pubblicati considerando l’ordine alfabetico del titolo dell’intervento.

 

Counseling on line: media e tecnologia al servizio del counseling

Anna Maria Angeramo

In Italia ad oggi il web e i social network vengono utilizzati per acquisti, prenotare concerti e viaggi, frequentare corsi, incontrare e comunicare con persone più o meno lontane; viene registrato l’avvicinarsi di utenti web a professionisti delle relazioni d’aiuto che offrono servizi in rete, realtà consolidata nei paesi anglosassoni. In questa società liquida (Bauman 2005) crediamo che in un futuro prossimo, l’on-line sarà utilizzato sempre più per chiedere consulenze d’ aiuto e il counselor debba tenersi al passo con i tempi. E’ basilare che egli abbia strumenti per comprendere al meglio il territorio web, i suoi linguaggi e significati per poter accogliere e sostenere le persone nel loro percorso di cambiamento attraverso lo strumento che hanno scelto.

 

Genealogia del counseling

Mauro Cecchetto

Ricostruire ed accertare i legami di parentele che intercorrono tra i membri di una o più famiglie è ciò di cui si occupa la genealogia che aiuta a spiegare perché il presente è determinato dal passato ed anche perché costruire il futuro e lasciar vivo il passato sono, per certi aspetti, la stessa cosa. Da questa premessa ne discende che da un’analisi genealogica del counseling si perviene a questa informazione: il counseling è una professione nata in ambito sociale. La prima attestazione dell’uso del termine counselor, infatti, indica un esperto nel fornire aiuto per effettuare scelte professionali consapevoli e in linea con le proprie attitudini e risale al 1908, da parte di Frank Parsons, ingegnere e social reformer americano e, nei successivi 30 anni, lo sviluppo del counseling negli Stati Uniti avviene col fine di affrontare difficoltà concernenti diverse situazioni, comunque rientranti nell’ambito sociale. Spesso si ritiene che il counseling sia intimamente legato all’orientamento umanistico-esistenziale nato in seno alla psicologia. Considerazione vera solo in parte – e comunque in una seconda fase rispetto all’origine – poiché, come sopra citato, la prima definizione di “counselor” risale al 1908, nove anni dopo la pubblicazione de L’interpretazione del sogni di Freud. Sulla base delle argomentazioni che Frank Parsons nel 1909 presentò nel testo Choosing a vocation si mostrerà, genealogicamente, quanto estraneo all’approccio psicoterapeutico sia il nucleo generativo del counseling e quanto invece sia affine alla pedagogia.

 

Kindness: il ruolo del counselor davanti alla violenza nelle relazioni

Edoardo Bracaglia

Il linguaggio della violenza permea molte relazioni nelle quali siamo coinvolti, tanto come counselor quanto come clienti. Le varie declinazioni della violenza, sia essa fisica, psicologica, verbale, economica, sessuale, latente o altro, si palesano a partire da presupposti comuni. La difficoltà davanti alla quale ci troviamo a confrontarci è quella di sostenere relazioni e comportamenti, quindi linguaggio “non-violenti”. Proporre un modello di cambiamento basato su non-comportamenti (o non-linguaggi), tuttavia, aiuta poco chi nella violenza è calato e alla violenza è “abituato”, anche nel momento in cui diventa consapevole della necessità di un cambiamento. La kindness apre alla possibilità e si propone come modello attivo di co-costruzione di linguaggi e relazioni.

 

La “disposizione alla meraviglia”. Antiche e nuovissime esperienze delle scienze umane per riconoscersi e percorrere nuove vie

Sara Bergomi

Si parla ampiamente della necessità di un Nuovo Umanesimo che sappia, dopo la frammentazione tipica del post-moderno, ritrovare nuovi fondamenti e paradigmi in grado di sostenere e motivare le persone nella vita individuale e comunitaria. Come categoria per vocazione destinata a seguire i travagli esistenziali ed abituata a riflettere su di essi, categoria in questo momento confrontata ad interrogarsi sui propri fondamenti, il counseling si trova in una condizione di speciale apertura verso il riconoscimento di radici e parentele “di sostanza” con discipline che hanno sempre avuto l’Uomo come centro di ricerca ed attività. Di particolare interesse, per una serie di affinità e coincidenze, nonché per la forza e la messe degli studi prodotti, la scuola di antropologia storico-cuturale tedesca, che propone un vero e proprio nuovo metodo di studio per le scienze umane ed un atteggiamento integrativo, che per molti aspetti potremmo definire neo-umanistico. Percorrere insieme questi aspetti potrebbe essere fertile di stimoli per il qui ed ora, ma anche per gli sviluppi futuri del counseling. Potere conservare ed anzi valorizzare “la disposizione alla meraviglia” del counselor esplorando attivamente la contemporaneità globalizzata, è una sfida di indubbio fascino.

 

La formazione del counsellor: un percorso specifico per una professione specifica

Silvana Quadrino

Un percorso formativo si costruisce partendo da alcune domande: alla fine del percorso, che cosa dovrà saper fare questo professionista? Quali competenze dovrà possedere? Quali caratteristiche personali, relazionali, etiche dovrà avere sviluppato? E con quale obiettivo le applicherà nel suo intervento? Nella situazione attuale, definire la specificità dell’obiettivo dell’intervento di counseling è il solo modo per renderne chiara la collocazione nel panorama degli interventi di aiuto: cosa può/deve avvenire nell’incontro fra un cliente e un counselor per poter dire che si tratta di counselling e non di altro? E cosa NON deve avvenire, affinché la specificità dell’intervento rispetti anche la specificità di altri interventi professionali? La risposta è nel tipo di ascolto che il counselor deve imparare ad utilizzare, e nel tipo di azione comunicativa che deve saper mettere in atto. Chi richiede un aiuto nell’affrontare una situazione di vita difficile incontra prevalentemente professionisti formati a un modello di intervento di tipo medico-clinico: ricerca e individuazione della causa di ciò che sta accadendo, rimozione della causa, resitutio ad integrum. In realtà, non sempre la ricerca delle cause di una situazione difficile è il modo migliore per fronteggiarla: quello che il counsellor propone al cliente è un intervento che non punta all’individuazione di ciò che non funziona in lui, ma all’esplorazione e alla attivazione delle risorse; che non ricerca le cause delle difficoltà, ma aiuta a definire obiettivi più chiari e raggiungibili a partire dalle risorse disponibili. Per attuare un intervento di questo tipo è necessario un profondo cambiamento nell’atteggiamento mentale e nella disposizione relazionale del futuro counselor: si tratta di sviluppare un tipo di ascolto che eviti di selezionare gli aspetti disfunzionali nella storia del cliente o di cercarne le cause; e un modo di intervenire che eviti le interpretazioni, le spiegazioni, i consigli, le soluzioni. Per questo è necessaria una formazione personale che renda consapevoli del proprio modo di confrontarsi con le difficoltà del cliente, che sviluppi la capacità di rispettare i limiti e le imperfezioni dell’altro e di rinunciare al tentativo di farlo cambiare e alla certezza di sapere cosa è meglio per lui. Anche la competenza tecnica acquista la sua specificità: un colloquio di counselling si basa su atti comunicativi (domande, riassunti, commenti, ristrutturazioni ecc.) coerenti con questo tipo di relazione di aiuto: sono necessarie competenze linguistiche, retoriche, pedagogiche, narrative che devono essere apprese, affinate, sperimentate e completate da conoscenze antropologiche, sociologiche, filosofiche, storiche, che consentano di vedere la complessità della realtà in cui il cliente è immerso, e di collocarsi insieme a lui in un percorso che non è di cura ma di affiancamento, di fronteggiamento , di sviluppo di competenze e di autonomia.

 

La sfida epistemologica del benessere. Il counseling come prospettiva generativa per le scienze umane del nostro tempo

Alessandra Petronilli

Con il presente contributo si intende delineare una traccia epistemologica del e per il counseling quale scienza dell’uomo. Si colloca dunque il counseling nella cornice delle scienze umane creando connessioni di senso e prospettive di ricerca e azione. Il counseling è qui presentato come conoscenza e come pratica generativa che si nutre di una visione dell’uomo (antropologia) capace di restituire allo stesso quel tratto di irriducibilità che lo rende propriamente umano e capace di riappropriarsi di un potere personale che crea valore e benessere a livello individuale e socio-culturale (prospettiva socio-educativa). La natura creativa e creatrice dell’uomo è presupposta come cardine di riflessione per una epistemologia inscritta nello scenario della postmodernità e orientata a definire un sapere, un saper fare e un saper essere radicati alla complessità della vita e della mente. Il counseling, come scienza umana, viene cioè dislocato rispetto alla ricerca di una “scienza esatta” e del suo opposto “scienza dell’errore” a favore di una “scienza della vita”, dei processi esistenziali (fiolosofia), di una scienza capace di esplicitare le condizioni di quel divenire se stessi imparando a conoscersi (psicologia/educazione). All’indagine dualistica su esatto/errato, sano/patologico si sostituisce una riflessione sulla vita capace di fluire se messa nelle condizioni di divenire ciò che è e di divenire ancora ciò che può diventare. Non si tratta di una considerazione tautologica e sterile quanto di un tendere ad orientare lo sguardo ai processi vivi di cui i counselor sono testimoni e co-costruttori. La scienza occidentale è dal suo nascere orientata alla ricerca delle cause del malessere per scoprirne il rimedio, i counselor invece orientano la loro attenzione alle potenzialità del cliente, alla pluralità delle narrazioni, alle risorse presenti e in divenire che la relazione agevolante “riscopre”. Alla luce di quanto detto e dall’osservazione empirica dalla multicontestualità in cui diversi counselor operano, si può definire il counseling come un sapere multidisciplinare, trasversale e centrato sui processi esistenziali (emotivi e cognitivi); un saper fare centrato sulla relazione presente e in-azione; un saper essere orientato alla conoscenza di sé propria del counselor chiamato a divenire egli stesso primariamente se stesso per poter essere strumento vivo per il cliente.

 

“Mito della malattia mentale” e realtà della “malattia mortale”. Leali ragioni dell’esistenza del Counseling

Pietro Pontremoli

Il contributo – il cui titolo trae ispirazione da due libri: un classico della psichiatria di Szasz, The Myth of Mental Illness, ed un classico della filosofia di Kierkegaard, La malattia mortale – intreccia riflessioni filosofiche, sociologiche e antropologiche prodotte da esponenti di spicco della storia del pensiero antico, moderno e contemporaneo, tra i quali: Platone, San Tommaso, Søren Kierkegaard, Hans G. Gadamer, Marcel Mauss (antropologo e sociologo, 1872-1950), Thomas Szasz (psichiatra, 1920-2012), Serge Latouche (economista e filosofo, 1940), Bernard Stiegler (filosofo, 1952). Il fine è di mostrare che l’etica del counseling, intesa come prassi metodologica e approccio all’uomo, corrisponde ad esigenze reali dell’esistenza umana. Assumendo che la sofferenza sia un “attributo costitutivo” dell’uomo e che le difficoltà specifiche ed attuali costituiscano una norma (nel senso statistico di “massimamente frequente”) nell’intero arco d’esistenza, si intende mostrare che il counseling agisce nel contesto della “normale sofferenza” differente da quello della “patologica sofferenza”: un dualismo reale e ben definito. La sofferenza, come “attributo costituente” dell’uomo, più che essere “curata”, non essendo una malattia nel senso medico-clinico, dovrà essere riconosciuta e gestita attraverso, ad esempio, un approccio ermeneutico che nel counseling trova realizzazione.